mercoledì 27 gennaio 2016

Educare al bene, studiare la Shoa. Per non dimenticare.

di Giuseppe Nigro

Da quando la verità sul genocidio degli ebrei durante la seconda guerra mondiale è venuta alla luce, gli uomini ragionevoli si sono chiesti in che modo e perché simili orrori siano potuti accadere.

Fra gli storici ci sono quelli che sostengono la tesi dell'intenzionalità, riconducendo il genocidio a programmi espliciti e a lungo termine elaborati da Hitler e dai vertici del nazismo; altri definiti storici funzionalisti richiamano l'attenzione su ulteriori circostanze, riducendo l'intenzionalità a scelte circoscritte alla competizione interna alle gerarchie naziste protese a guadagnare l'approvazione di Hitler e conquistare posizioni e privilegi. In questo secondo orientamento il disegno intenzionale del nazismo è depotenziato e si attenuano le responsabilità dei gerarchi. Non si terrà conto di una terza tendenza quella negazionista, una volgare operazione di falsificazione a scopi ideologici e finalizzata alla polemica politica contingente.

Le ideologie nazionalistiche e sulla razza si concretizzano in Germania con la promulgazione di leggi razziali fra il 1933 e il 1938, fra cui le più note sono quelle di Norimberga; esse rappresentano la premessa della Conferenza di Wannsee del 20 gennaio 1942, durante la quale le gerarchie naziste discussero e progettarono la "soluzione finale della questione ebraica". Pure in Italia tra il settembre del 1938 e il giugno del 1939 assisteremo alla promulgazione di analoghe leggi razziali.

La conferenza di Wannsee, una località vicino Berlino, è un episodio fondante per la conoscenza sulla Shoa. L'incontro a cui parteciparono alti funzionari dei ministeri tedeschi fu voluto dal responsabile per il servizio di sicurezza del Reich, Reinhard Heydrich, un uomo crudele e pericoloso. Le informazioni su quella conferenza pervengono da un verbale di Adolf Eichmann, capo della sezione della Gestapo che si occupava eufemisticamente della "evacuazione degli ebrei". Il tema della conferenza riguardò non se eliminare gli ebrei, ma quali procedure adottare per farlo. I presenti erano già informati che lo sterminio avrebbe dovuto essere totale, avevano quindi già introiettato nelle loro coscienze la disponibilità a procedere in tal senso. Durante la seduta, mentre si serviva il pranzo, si affrontarono prevalentemente problemi di logistica e si individuarono le persone incaricate per dare corso allo sterminio. Otto delle quattordici principali personalità presenti si erano laureate in importanti università tedesche e dell'Europa centrale. Non erano sprovveduti esecutori, manipolati da un dittatore. Nel giro di un mese la macchina della morte incominciò a funzionare con inesorabile e tragica efficacia. A marzo del 1942 la popolazione degli ebrei europei era sostanzialmente integra, a metà febbraio del 1943, dopo neppure 11 mesi erano stati uccisi almeno tre milioni di ebrei. Una macchina della morte efficiente e spietata si era messo in moto senza alcuna opposizione.

Fra i molteplici interrogativi che suscita la Shoa, bisogna almeno chiedersi se l'olocausto debba considerarsi un evento unico e sia da attribuirsi al carattere dei tedeschi (Charles Maier) e alla loro disponibilità alla violenza contro gli ebrei (Daniel Jonah Goldhagen), o invece uno dei tanti episodi che hanno attraversato la storia umana. Quale senso attribuire all'odio nazista contro gli ebrei? Sorge spontaneo in questo momento chiedersi se l'odio nazista contro gli ebrei sia comparabile agli odi che percorrono il Medio Oriente. Lo stato del terrore (ISIS) è comparabile a quanto accaduto nella Germania di Hitler?

"L'Olocausto - per dirla con Howard Gardner - pur essendo vicenda del passato continua ad
ossessionarci". Non c'è anniversario che non scatena polemiche e anche tensioni. In Italia da quando nel 2.000 è stata istituita la giornata della memoria, ogni 27 gennaio, le divisioni e le polemiche si rinnovano. Solo se la pedagogia della Shoa fonda la conoscenza sulla verità si potranno educare le giovani generazioni a principi morali volti al bene. La verità storica è quindi indispensabile per ben fondare gli interrogativi etici perché nuovi genocidi non si ripetano più. "Per quali ragioni - afferma Gardner - un gruppo possa decidere di annientarne un altro, è cosa che sfugge a qualsiasi persona sana di mente". Ciò nonostante l'annientamento di un gruppo fondato sull'idea di una presunta superiorità razziale è accaduto recentemente in Bosnia (1992 -1995) e in Ruanda (1994) e nello stato islamico (ISIS).

Il tentativo sistematico e organizzato di annientamento del popolo ebraico è conosciuto con il nome di Olocausto; quanto abbiamo appreso su quel tragico evento della storia del secolo scorso è servito ad elaborare il concetto di genocidio e a definirlo anche sul piano giuridico. Oggi, il genocidio è un crimine riconosciuto dalla Corte Penale Internazionale, istituzione dell'ONU cui hanno aderito, nel 1998, 120 paesi nel mondo. La definizione giuridica di genocidio non aiuta però a capire, perché negli esseri umani si possa scatenare odio e repulsione al punto tale da sterminare un popolo intero. Non è sufficiente a fornire risposte alle vittime di fronte a tale irrazionale violenza. Quali responsabilità mettere in capo ai carnefici è, forse, chiaro, ma come giudicare il comportamento degli indifferenti, dei complici che custodirono l'oro, il denaro e le opere che i nazisti avevano rubato alle loro vittime è domanda inquietante. Non possiamo evitare le domande di ordine morale, scomode, se vogliamo non soltanto non dimenticare, ma far sì che il male non prevalga nella storia degli uomini.

La linea di difesa dei criminali nazisti processati a Norimberga dopo la seconda guerra mondiale e poi di Adolf Eichmann nel 1961 a Gerusalemme si attestò sulla non responsabilità individuale dei carnefici, in quanto esecutori di comandi trasmessi da livelli gerarchici alla cui fedeltà erano tenuti. Essi erano interpreti involontari di violenze decise e volute da superiori gerarchici, facenti capo a Hitler. Fu Hannah Arendt a raccontarci le cronache del processo Eichmann nel libro "La banalità del male", il funesto esecutore trovava la violenza di cui era stato esecutore "normale". L'odio razziale aveva prodotto una tale disinibizione morale da far ritenere le violenze contro altri esseri umani una "banalità".

La verità storica ha accertato che negli USA si sapeva quanto stesse accadendo in Europa. Gli USA rimasero a guardare senza intervenire per tempo. Come valutare, allora, l'inerzia per cui non si mise in campo una significativa iniziativa di contrasto?

Ricostruire il fenomeno storico dell'Olocausto non significa averne compreso le dimensioni morali, può però aiutarci a formulare giudizi morali. Cosa che tutti hanno non solo il diritto, ma il dovere di fare. "… Una comprensione più approfondita delle azioni e delle omissioni passate degli esseri umani può influire significativamente sul nostro stesso comportamento (H. Gardner)".

L'Olocausto non riguarda i tedeschi del secolo scorso, i nazifascisti italiani, gli uomini del Novecento.
Pensare che vi possano essere uomini e donne appartenenti a specie diverse è frutto di grande ignoranza. Tutti gli esseri umani appartengono alla stessa specie, eppure alcuni rappresentanti si sentono superiori sì da ritenere con fanatica crudeltà di avere il diritto ad eliminare altri rappresentanti della stessa specie.

Ci fu, per fortuna, chi seppe resistere perché diversa era la concezione dell'umano, prima e oltre le scelte ideologiche e politiche. Oggi, accanto all'epica resistenziale della guerra per bande, bisogna indagare le motivazioni soggettive che spinsero uomini e donne a contrapporsi al nazifascismo. Per questo quando si pensa ad una educazione per tutti gli esseri umani, la via indicata da Gardner di arare oltre il campo del vero e del bello anche quello del bene resta una indicazione da assumere e perseguire.

mercoledì 20 gennaio 2016

Un comunicato assurdo e strumentale. Un sindaco latitante.



Tutte le amministrazioni che si sono susseguite a Saronno da quando è stata emanata la legge n. 211 del luglio del 2000, istitutiva della Giornata della Memoria "in ricordo dello sterminio e delle persecuzioni del popolo ebraico e dei deportati militari e politici italiani nei campi nazisti", hanno collaborato con le associazioni sensibili al tema per arrivare ad un calendario di iniziative condiviso.
In questo inizio di 2016, l'Amministrazione leghista alla guida della città ha ritenuto invece di chiudere il confronto con le associazioni, colpevoli di avanzare proposte "unilaterali" (sic!).
La recente presa di posizione della Giunta Fagioli, in cui si attribuisce alle associazioni che hanno avanzato le proposte una colpevole "unilateralità", è talmente pretestuosa che non meriterebbe commenti. L'estensore del comunicato non si è reso conto di aver affermato che l'Amministrazione comunale non è stata in grado, pur di fronte ad una proposta ritenuta "preconfezionata", di farsi parte attiva con la formulazione di un programma per la città su un tema tanto importante come quello tutelato dalla legge 211.

Di questo stiamo parlando, di un vuoto propositivo dell'amministrazione Fagioli. 
E speriamo che si tratti soltanto di questo e non di un prezzo pagato all'orientamento ideologico di gran parte dei membri della sua giunta, che poca dimestichezza hanno con i valori costitutivi della democrazia repubblicana. Non sarà che Fagioli e la sua giunta non condividono i valori fondativi della nostra comunità nazionale e locale, fondati sul rigetto della violenza, delle discriminazioni, del razzismo e nel rispetto assoluto della persona?

Tutto il resto del comunicato non corrisponde a verità. Sulla modalità con cui si sarebbero dovute strutturare le iniziative non si è neppure potuto discutere, vista la latitanza e i rifiuti dell'assessore alla cultura.
Viene da chiedersi se questo comunicato farsa non sia stato costruito per preservare il sindaco, che non pare attrezzato a svolgere il suo ruolo in pubblico. Tanto meno su una materia così delicata quale la pedagogia della Shoah.
Se il sindaco aveva così tanta voglia di partecipare alle iniziative proposte, come si evince dal comunicato, perché non convoca una conferenza pubblica e offre il suo pensiero ai cittadini saronnesi? Perché non ci fornisce la sua interpretazione delle tragiche vicende della deportazione? La comunità saronnese è pronta ad ascoltare.

Peccato che anche in questa circostanza assisteremo alla latitanza del sindaco.
Fagioli è un sindaco latitante. Ma non potrà sempre fuggire.

Un'ultima annotazione. Avevamo proprio ragione quando abbiamo scritto che i soldi per lo staff erano mal spesi. Se questi sono i risultati.